venerdì 31 dicembre 2010

Diogene il Cinico: l’uomo che osò sfidare il mondo con una lanterna

Diogene_cinico"

Diogene il Cinico: la libertà radicale di chi non chiede nulla al potere

«Scostati: mi fai ombra.»
— Diogene ad Alessandro Magno


1) Un filosofo che vive contro il mondo

Pochi personaggi della filosofia antica sono stati così radicali, scandalosi e insieme coerenti come Diogene di Sinope. Non fondò una scuola, non scrisse trattati sistematici, non lasciò un’opera organica. Eppure è diventato uno dei simboli più potenti della libertà interiore.

Diogene non combatté con eserciti né con libri. Combatté con la propria vita. La trasformò in un gesto filosofico permanente, in una provocazione continua contro le convenzioni sociali, il potere, la ricchezza, l’ipocrisia.

Per un primo inquadramento storico affidabile:


2) Il cinismo: una filosofia della spoliazione

Il termine “cinico” oggi ha un significato negativo. Ma per i Greci indicava uno stile di vita ispirato a una idea semplice e durissima: vivere secondo natura.

Per Diogene questo significava spogliarsi di tutto ciò che non è essenziale: beni, onori, reputazione, convenzioni. La civiltà, secondo lui, ha reso l’uomo schiavo di bisogni artificiali. La filosofia deve invece restituirgli la libertà.

Per questo sceglie una vita estrema: vive in una botte, mendica, dorme per strada, mangia poco, possiede quasi nulla. Non per miseria, ma per scelta.

È una ascesi laica, una forma di eroismo quotidiano.


3) La lanterna: cercare l’uomo in mezzo agli uomini

L’episodio più celebre racconta che Diogene camminasse in pieno giorno con una lanterna accesa, dicendo: «Cerco un uomo».

Non cercava un individuo, ma una qualità: l’uomo autentico, non corrotto dalle convenzioni, non schiavo dell’opinione altrui, non sottomesso al potere o alla ricchezza.

È una delle immagini più forti della filosofia antica: in mezzo a una città piena di persone, è difficile trovare un uomo libero.

La fonte principale di questi aneddoti è:


4) L’incontro con Alessandro: il potere davanti alla libertà

Il celebre incontro tra Diogene e Alessandro Magno è diventato un paradigma eterno del rapporto tra potere e saggezza.

Secondo la tradizione, Alessandro si presenta al filosofo e gli dice: «Chiedimi ciò che vuoi». Diogene risponde semplicemente: «Scostati: mi fai ombra».

In una frase, Diogene compie un gesto radicale: mostra che l’uomo più potente del mondo non può dargli nulla di cui abbia bisogno.

Alessandro, colpito, avrebbe detto: «Se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene».

Qui il cinismo raggiunge il suo vertice: la vera ricchezza è non avere bisogni.


5) Provocazione o pedagogia?

Molti hanno visto in Diogene solo un eccentrico, un folle, un provocatore osceno. In realtà, la sua è una pedagogia per shock. Ogni gesto mira a smascherare l’ipocrisia sociale.

Mangiare in pubblico, deridere i potenti, insultare i conformisti: tutto serve a mostrare quanto le nostre regole siano fragili, arbitrarie, spesso ridicole.

Diogene non predica con discorsi, ma con esempi. La sua vita è il suo argomento.


6) Un filosofo contro ogni appartenenza

Quando gli chiesero di dove fosse, Diogene rispose: «Sono cittadino del mondo». È una delle prime formulazioni del cosmopolitismo nella storia.

Non appartiene a una città, a una fazione, a una patria. Appartiene solo alla propria libertà. In un mondo dominato da identità rigide, questa è una rivoluzione silenziosa.

Non chiede diritti. Non chiede protezione. Non chiede riconoscimenti. Chiede solo di non essere intralciato nella sua indipendenza.


7) Cosa ci insegna Diogene oggi

Diogene pone una domanda ancora bruciante: di quante cose abbiamo davvero bisogno?

La sua vita mostra che gran parte delle nostre ansie nasce da bisogni artificiali: status, reputazione, carriera, accumulo. Riducendo i desideri, si riducono le catene.

Non ci invita a vivere in una botte, ma a chiederci: quante cose che rincorriamo sono davvero necessarie alla nostra libertà?


📌 Da ricordare
  • Diogene non scrive trattati: vive la sua filosofia.
  • Il cinismo è una disciplina di libertà, non di disprezzo.
  • Il potere è impotente davanti a chi non ha bisogni.
  • La vera ricchezza è l’indipendenza interiore.
🧭 Da applicare oggi
  • Riduci i desideri che ti rendono dipendente.
  • Domandati cosa ti serve davvero per vivere bene.
  • Proteggi la tua libertà da ciò che ti compra.
  • Ricorda: chi ha meno bisogno è più libero.

8) Conclusione: la libertà che nessuno può togliere

Diogene non ci offre un sistema filosofico, ma un criterio di giudizio: la libertà non si conquista con il potere, ma con il distacco.

In un mondo che insegna a desiderare sempre di più, egli insegna a desiderare meglio.

È forse questo il senso ultimo del suo gesto più celebre: quando Alessandro gli fa ombra, Diogene chiede solo di tornare al sole.


Fonti consigliate:


Se ti interessano la storia, la filosofia e le grandi figure del passato, puoi seguire il mio lavoro su questi canali:

Racconto la storia non come un elenco di date, ma come una scuola di carattere, potere e destino umano.

Antonio Grillo

lunedì 27 dicembre 2010

La saggezza di Confucio

Confucius



Ovunque tu vada ci sei già

Solo il più saggio e il più stupido non possono cambiare.


Scegli un lavoro che ami e non dovrai lavorare nemmeno un giorno in vita tua.


Amare una cosa significa volerla vivere.


Ricambia l'offesa con la giustizia e la gentilezza con la gentilezza.








giovedì 16 dicembre 2010

mercoledì 15 dicembre 2010

Socrate e la morte

Socrate
Socrate



Tu hai una malattia mortale: è chiamata morte.

Pochi anni in più o in meno prima che tu venga 

spazzato via fanno poca differenza.


Sii felice oggi, senza ragione, o non sarai mai più 

felice.

Socrate

sabato 11 dicembre 2010

Gaio Valerio Catullo



Catullo


Ciò che una donna dice a un amante,
scrivilo nel vento, o nell'acqua che va rapida.

Ma ciò che dice una donna all'amante appassionato,
scrivilo nel vento e nell'acqua che va  rapida.


Catullo e la frase “Ciò che una donna dice a un amante”

Tra le frasi celebri dell’antichità, una delle più citate e discusse dagli studenti di latino è attribuita a Gaio Valerio Catullo:

Ciò che una donna dice a un amante,
scrivilo nel vento, o nell'acqua che va rapida.

Questa breve ma intensa espressione è spesso utilizzata per riflettere sulla fugacità delle promesse amorose e sulla fragilità delle parole pronunciate nella passione.

Il contesto letterario in Catullo

Catullo (I secolo a.C.) è uno dei maggiori poeti latini, noto soprattutto per i suoi componimenti dedicati a Lesbia, figura centrale della sua esperienza amorosa.

La frase richiama uno dei temi fondamentali della sua poesia: la tensione tra amore, illusione e disincanto. Le parole dell’amata, per quanto ardenti, sono destinate a dissolversi come il vento o l’acqua che scorre.

Significato della frase

L’immagine del vento e dell’acqua rapida indica ciò che non lascia traccia, ciò che non può essere fissato né garantito.

  • Il vento → ciò che cambia direzione, instabile
  • L’acqua che corre → ciò che scorre via senza possibilità di ritorno

Catullo suggerisce quindi che le parole dette nell’amore, specie quando pronunciate da una donna all’amante, sono spesso emotive, momentanee, non vincolanti.

Uso didattico per studenti

Questa frase è spesso proposta:

  • nei manuali di latino
  • nelle antologie scolastiche
  • come esempio di metafora poetica
  • per esercizi di traduzione e commento

È particolarmente utile per:

  • analizzare il linguaggio figurato
  • studiare il tema dell’amore nella poesia latina
  • comprendere la visione disincantata di Catullo

Altre frasi celebri dell’antichità

Nel mondo classico troviamo numerose massime simili per intensità e profondità, attribuite a autori come:

  • Giovenale
  • Diogene il Cinico
  • Seneca
  • Ovidio

Queste frasi continuano ancora oggi a essere studiate e commentate nei licei e nelle università.


Articolo a cura di Antonio Grillo – Historia Per altri testi e analisi di autori classici, visita il blog Historia.

Frasi celebri dell'antichità:




Decimo Giunio Giovenale

  • Spesso si è indulgenti nei confronti dei corvi
       e si condannano le colombe.

  •  Tutti desiderano possedere la conoscenza,
        ma relativamente pochi sono disposti a pagarne il prezzo.

Decimo Giunio Giovaneale

mercoledì 8 dicembre 2010

Pericle, discorso agli Ateniesi

Pericle

Pericle

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Μολὼν λαβέ

Μολὼν λαβέ , cioè venite a prenderle.
Queste le parole che il  re di Sparta, Leonida rivolse a Serse allorquando quest'ultimo gli impose di deporre le armi
Siamo alle Termopili e gli eroici 300 opliti Spartani suggellavano l'atto di eroismo più grande della storia.

sabato 4 dicembre 2010

Lorenzo il Magnifico. Il trionfo di Bacco e Arianna

Lorenzo il Magnifico e il “Trionfo di Bacco e Arianna”

Il Trionfo di Bacco e Arianna è una delle liriche più celebri di Lorenzo de’ Medici, detto Lorenzo il Magnifico, e rappresenta uno dei testi fondamentali della poesia del Rinascimento italiano.

Il componimento è spesso studiato nei licei come esempio di poesia morale e civile, centrata sul tema del carpe diem: godere del presente perché il futuro è incerto.

Il testo del Trionfo di Bacco e Arianna

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Questo celebre ritornello, ripetuto in ogni strofa, costituisce il cuore filosofico dell’intero componimento.

Contesto storico e culturale

Il poema fu composto per essere cantato durante i canti carnascialeschi della Firenze medicea, in un clima di festa, musica e celebrazione collettiva.

Attraverso le figure mitologiche di Bacco, Arianna, Sileno, Mida e dei satiri, Lorenzo costruisce una grande allegoria della vita umana.

Significato del ritornello

Il verso più famoso:

Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza.

esprime chiaramente il principio del carpe diem:

  • la giovinezza è fugace
  • il tempo scorre rapidamente
  • il futuro è incerto
  • solo il presente è realmente nostro

Non si tratta però di un invito alla dissolutezza, ma a una gioia equilibrata e consapevole, tipica dell’umanesimo rinascimentale.

Le figure simboliche

Ogni personaggio rappresenta un aspetto della condizione umana:

  • Bacco e Arianna → amore e armonia
  • I satiri → istinto e passione
  • Sileno → vecchiaia e saggezza ebbra
  • Mida → ricchezza inutile senza felicità

Il messaggio finale è chiaro: ricchezza, potere e giovinezza non valgono nulla senza la capacità di godere del presente.

Uso didattico per studenti

Il Trionfo di Bacco e Arianna è utilizzato:

  • per lo studio della poesia del Rinascimento
  • per l’analisi del tema del tempo
  • per il confronto con Orazio e il carpe diem latino
  • per esercizi di parafrasi e commento

È uno dei testi più citati nella letteratura italiana per la sua chiarezza, musicalità e forza morale.


Articolo a cura di Antonio Grillo – Historia Per altri testi commentati di letteratura classica e rinascimentale, visita il blog Historia.

Il Trionfo di Bacco e Arianna



Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

       Quest’è Bacco ed Arïanna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perché ’l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

        Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia
di doman non c’è certezza.

        Queste ninfe anche hanno caro
da lor essere ingannate:
non può fare a Amor riparo,
se non gente rozze e ingrate:
ora insieme mescolate
suonon, canton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

        Questa soma, che vien drieto
sopra l’asino, è Sileno:
così vecchio è ebbro e lieto,
già di carne e d’anni pieno;
se non può star ritto, almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

        Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

        Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

        Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò c’ha a esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza

Appunti di filosofia: Pico della Mirandola

pico della mirandola

"Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine.

" Pico della Mirandola (1463 - 1494)


Giovanni Pico della Mirandola fu uno delle figure più rappresentative e conosciute del suo tempo.

Un' incredibile memoria


La sua fama universale deriva dalle leggende circa la sua incredibile memoria. Si tramanda, infatti che Pico della Mirandola fosse capace di leggere e di imparare a memoria libri interi e cge sapesse recitare la Divina Commedia dall'ultima pagimna alla prima.

pico della mirandola


La biografia


Al di là di questi aspetti, Pico della Mirandola era un genio assoluto della sua epoca.
Figlio del Signore di Mirandola e conte della Concordia, ben prestò rivelò le sue geniali doti. Studia diritto canonico che all'età di 14 anni abbandona per dedicarsi alla filosofia e allo studio delle lingue.
La sua carriera è fulminea. Egli passa da Bologna a Ferrara, fino a Padova e Parigi e infine a Fienze.

A Firenze Pico della Mirandola conobbe angelo Poliziano e Girolamo Benivieni.
Ben presto egli si appassionò alle tesi neoplatoniche di Marsilio Ficino. La sua vasta preparazione e le sue conoscenze in ambiti vari  lo portarono però su strade diverse.
Pico, infatti si avvicinò all'aristotelismo, alle tesi dei filosofi medievali e allo studio dell scritture sacre che apprese avendo studiato e imparato la lingua ebraica.

Pico delle Mirandola cominciò a lavorare a un'immensa opera le 900 tesi che avrebbe voluto discutere a Roma dove si doveva tenere un congresso filosofico aperto alle maggiori menti del periodo. Il congresso non si tenne più, ma lcune delle tesi di Pico furono ritenute eretiche.

Il filosofo cercò di difendersi confutando le accuse in un'Apologia che non gli evitarono una condanna. Pico fuggì in Francia dove per un breve periodo fu incarcerato nel castello di Vincennes.

I buoni uffici dei potenti dell'epoca a partire dai Medici lo salvarono.

Egli fece ritorno a Firenze dove continuò i suoi studi. Pico della Mirandola mise insieme varie tesi filosofiche e cercò i legami con la Cabala avvicinandola a tesi cristiane. E' proprio questo il lavoro principale di Pico della Mirandola.

La volontà di cercare un filo conduttore comune fra ebraismo, cattolicesimo e maggiori correnti filosofiche platonismo e aristotelismo in primis.

La sua opera venne interrota dalla sua precoce morte che avvene nel 1494 quando Pico della
Mirandola aveva solo 31 anni.

Le tesi filosofiche principali


Il passaggio di apertura del post illustra in breve quella che è una delle tesi filosofiche più importanti e pregnanti del filosofo. Secondo il Pico della Mirandola l'uomo ha una natura del tutto indeterminata  del tutto estranea a qualsiasi ente naturale. L'uomo può attraverso il libero arbitrio diventare un camaleonte, trasformarsi fino a raggiungere forme più alte di perfezione e felicità.